Il Panico Ronconi Critical Thinking

Autore:   Rafael Spregelburd

Traduzione:   Manuela Cherubini


Scene:   Marco Rossi

Costumi:   Gianluca Sbicca

Luci:   A.J. Weissbard

Suono:   Hubert Westkemper

Trucco e Acconciature:   Aldo Signoretti


Personaggi - Interpreti:

Lourdes Grynberg, la madre - Maria Paiato

Jessica Sosa, figlia di Lourdes - Francesca Ciocchetti

Guido Sosa, figlio di Lourdes - Fabrizio Falco

Emilio Sebrjakovich - Paolo Pierobon

Betiana, ballerina - Valentina Picello

Anabel, ballerina con problemi - Valeria Milillo

Terapeuta - Riccardo Bini

Rosa Lozano, agente immobiliare - Iaia Forte

Susana Lastri, sensitiva - Sandra Toffolatti

Dudi, ballerina - María Pilar Peréz Aspa

Cecilia Roviro, funzionaria - Alvia Reale

Marcia - Clio Cipolletta

Roxana, segretaria di Cecilia - María Pilar Peréz Aspa

Regina, amante di Emilio - Elena Ghiaurov

Elyse Bernard, la coreografa - Manuela Mandracchia

Melina Trelles, agente penitenziario - Bruna Rossi

Ursula - Lucrezia Guidone


Regista Assistente:   Riccardo Massai

Assistente scenografa:   Giulia Breno

Assistente costumista:   Gianluca Carrozza

Assistente alle luci:   Pamela Cantatore


Produzione:   Piccolo Teatro di Milano - Teatro d'Europa


Più che camminare si arrampicano su tacchi vertiginosi sulla scena irta, un piano obliquo ripidissimo, tra muri di carta. Il Panico dell’argentino Rafael Spregelburd è una commedia di donne isteriche, scassate, rovinate da vite quotidiane scadenti, ai limiti della sopravvivenza. Luca Ronconi al Piccolo Teatro di Milano ne fa uno spettacolo affascinante, analitico come al suo solito, con un più di acre, disperata (forse addirittura rassegnata) ironia. Gli ambienti, un appartamento in vendita dopo l’omicidio del suo padrone, la dimora della famiglia del morto, l’ufficio di una banca, una prigione, la sala in cui si prova un misterioso spettacolo di danza contemporanea, trascorrono uno nell’altro nella scena di Marco Rossi con spostamenti di fragili pareti di carta bianca e di mobili ricoperti di carta ugualmente bianca. Ma le atmosfere diventano verdastre, verde marcio, verde luminoso, verde acido, verde primavera, verde morte, verde mistero, o azzurrognole come visoni dell’aldilà, grazie alle luci antinaturaliste di AJ Weissbard.

 

 

Il testo fa parte dell’Eptalogia dedicata dallo scrittore argentino ai sette vizi capitali, reinterpretati con folli slanci verso scenari futuribili o verso i lati più inquietanti di un presente malato. Il panico è l’equivalente dell’accidia: un atteggiamento che paralizza, la paura di vivere in tempi difficili, nei quali tutti i valori, i rapporti, i riferimenti saltano; l’ansia di morire e non lasciare niente dietro di sé. Panicoè stato scritto negli anni più duri della crisi economica argentina: e quelle donne da telenovela, tra la disperazione, la voglia di vivere e il melò, tra l’impossibilità di sbarcare il lunario e la disperata necessità di trovare i mezzi per non soffocare, quella venditrice di case che implora le clienti di comprare, quella madre alla ricerca spasmodica della chiave della cassetta di sicurezza che ha lasciato il marito morto, quella furibonda amante, assassina suo malgrado, che ha perso tutto, la sensitiva che implora la sua modesta paga per parlare con i morti, lo psicoterapeuta che per sbarcare il lunario fa l’idraulico sono insieme segni tragici e grottescamente comici della miseria e dello smarrimento di tutta una società.

 

Qui mancano i padri: il marito morto era un figlio adottivo di quella che poi ha sposato, fratello dei due “orfani”; lo psicoterapeuta inventa improbabili cure familiari legando figli e  madre con un filo “conduttore” di rimossi e energie; il terzo uomo è il giovane smarrito figlio della vedova, Lourdes, e prova a trovare una propria difficile strada lontano da madre e sorella, tra la pallida sensitiva e una superfemmina, presunto trans, dal forte fascino erotico. Le donne combattono con i denti, sull’orlo sempre della sconfitta, dell’incesto, dello sfinimento, dell’assurdità giudiziaria, su quei tacchi vertiginosi quanto le loro vite, con le loro acconciature retrò da paese povero, con una recitazione survoltata che risulta tragicamente comica. Vite disparate. Vite disperate. De profundis tragicomico del postmoderno e degli stereotipi labirintici della letteratura sudamericana.

 

 

Solo le giovani sembrano cercare oasi di sopravvivenza nella bellezza un po’ cervellotica dello spettacolo di danza contemporanea, con una coreografa con esperienze berlinesi che si trasformerà in un altro degli spettri che popolano la scena, dopo un incidente. Ma anche lnelle prove di quella performance qualcosa non scatta, il meccanismo sembra inceppato, le energie giovani si perdono nell’intellettualismo, nelle rivalità, negli scontri fisici, in una festa inconcludente…

 

Follia sembra dominare in questo mondo dove i morti sconsolatamente circolano tra i vivi, senza trovare i canali per parlar loro, per far sentire la propria presenza o per rimarcare la propria assenza. Tutto sta in quella chiave persa, che a un certo punto, nello smemoramento della festa, qualcuno trova e gli altri non riconoscono, e finisce nella spazzatura. La società dell’ansia ha interrotto le strade di qualsivoglia memoria: sotto i fiumi di parole non riesce a trovare quella giusta per capire dove è nascosta la porta (la chiave) per liberare dalla morte incombente. Solo l’inconsapevolezza, il caso, una specie di beffa, farà riuscire alla fine l’ermetico spettacolo di danza, come un viaggio nel libro egiziano dei defunti.

 

 

Lo spettacolo vive di strepitose atmosfere, di ritmo, di una prova di attrici e di attori come è raro vedere sui nostri palcoscenici. La regia si sposa perfettamente con la sensibilità di interpreti che accettano di giocare con personaggi sull’orlo di crisi continue di nervi e di consistenza, che non possono permettersi di avere psicologia e memoria. Fragili, scassati, analizzati come sotto un insopportabile microscopio. La Lourdes di Maria Paiato, madre e capofamiglia che nasconde l’assenza di carisma sotto chiacchiere frenetiche, l’amante di Elena Ghiaurov, un incontenibile torrente in piena, la sensitiva trattenuta e disperata di Sandra Toffolatti, la coreografa lunare di Manuela Mandracchia, la figlia in cerca di senso di Francesca Ciocchetti, la venditrice stanca e debordante di Iaia Forte, la secca direttrice di banca di Alvia Reale, e le altre donne, interpretate da Valentina Picello, Valeria Milillo, María Pilar Pérez Aspa, Bruna Rossi e Lucrezia Guidone, tutte bravissime, si intrecciano in assoli e concertati che rendono materiale lo smarrimento d’identità di tempi che sono senza dubbio i nostri. Paolo Pierobon, il morto che torna, invisibile, presenza fuori luogo e chiave di questa non storia molto neo-sudamericana, è il marito di Lourdes, il non-padre; il giovane Fabrizio Falco un efficace figlio, smarrito quanto bisogna; Riccardo Bini un’incarnazione gustosa del mestiere più diffuso in Argentina, lo psicoterapeuta. Hubert Westkemper rende il suono magia, indirizzando con un gps le voci verso l’altoparlante che si trova nella zona dove agisce il personaggio, rendendo il gioco degli schermi, delle maschere, delle finte pareti, fragili e abbaglianti, ancora più incisivo. 

 

 

Alla sala Strehler del Piccolo Teatro di Milano fino al 10 febbraio

 

Twitter: @minimoterrestre

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